Un partito riformista a Tampa

La convention del Partito repubblicano che si apre questa settimana a Tampa per la nomination di Mitt Romney non è quella del Gop (Grand Old Party, il “grande vecchio partito”) di una generazione fa e nemmeno quella dei tempi di George W. Bush. Quattro anni di lontananza dal potere sembrano aver avuto il salutare effetto di far sì che il partito di Lincoln tornasse a concentrarsi sulle riforme di governo e sul risveglio dell’economia.
3 AGO 20
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La convention del Partito repubblicano che si apre questa settimana a Tampa per la nomination di Mitt Romney non è quella del Gop (Grand Old Party, il “grande vecchio partito”) di una generazione fa e nemmeno quella dei tempi di George W. Bush. Quattro anni di lontananza dal potere sembrano aver avuto il salutare effetto di far sì che il partito di Lincoln tornasse a concentrarsi sulle riforme di governo e sul risveglio dell’economia.
Quattro anni fa i Repubblicani erano uno stanco e sparuto drappello che aveva perso il controllo del Congresso nel 2006 e sembrava intellettualmente esaurito. Gli attentati dell’11 settembre avevano spostato l’attenzione di George W. Bush sulla sicurezza nazionale e sui difficili conflitti oltre confine, con Tom DeLay a presiedere un Congresso avverso al rischio e concentrato sulla protezione del qui e ora. Nonostante le virtù personali, John McCain non aveva spiegazioni o risposte al panico finanziario del 2008, che probabilmente nessun repubblicano avrebbe saputo calmare. A sorprendere è la velocità con cui il Gop si è ripreso dalle disfatte del 2006 e del 2008, a partire dai singoli stati. Anche quando il partito nazionale è sprofondato, governatori come Mitch Daniels in Indiana (Trasporti, Sanità) e Jeb Bush in Florida (Istruzione) hanno lasciato il loro segno di riformatori.
Da allora la dinamica riformista ha preso velocità per opporsi alla presidenza Obama. A partire dal 2009 con Chris Christie nel New Jersey e Bob McDonnell in Virginia, i governatori di vari stati in tutto il paese – dalla costa orientale, al Midwest fino alla costa sudoccidentale – hanno riportato varie vittorie con i programmi di riforma che sono riusciti ad attuare a diversi livelli. Bobby Jindal ha spinto per la rinascita dell’istruzione e dell’economia in Louisiana. Christie ha lavorato con i democratici nella legislatura di stato per far passare la riforma delle pensioni e la limitazione delle imposte patrimoniali. McDonnell ha letteralmente rivoltato il regime fiscale della Virginia senza aumentare le tasse. John Kasich in Ohio e Terry Branstad nell’Iowa hanno puntato i riflettori delle loro amministrazioni sui tagli fiscali e sulla creazione di nuovi posti di lavoro nel privato. E non dimentichiamo Scott Walker del Wisconsin, la cui riforma del sistema di contrattazione collettiva per i dipendenti del settore pubblico ha consentito di risparmiare denaro a favore dei distretti scolastici e di evitare aumenti delle tasse.
Il tema comune è stabilire limitazioni a quei governi che stavano crescendo molto più rapidamente della capacità dell’economia privata di finanziarli. Il contrasto di questi stati repubblicani non potrebbe essere più grande se confrontato con i governi democratici dominati dai sindacati – Illinois, California e Connecticut – impermeabili alle riforme e che semplicemente si arrendono agli aumenti fiscali. Per ironia della politica, se a novembre vincerà Obama sarà perché avrà portato dalla sua parte gli stati indecisi con governatori repubblicani il cui successo ha contribuito a mantenere il tasso di disoccupazione al di sotto della media nazionale dell’8,3 per cento – in Ohio la disoccupazione è al 7,2, contro il 5,3 dell’Iowa. L’impulso riformista si è spinto fino a Washington grazie alle vittorie al Congresso nel 2010. I repubblicani à la Tom DeLay hanno ampliato i programmi assistenziali. Il presidente della Camera dei deputati, John Boehner, è un repubblicano tradizionale, ma i suoi parlamentari hanno seguito il programma di Paul Ryan per la riforma del budget fiscale, di Medicaid e Medicare. Il Gop al Senato, seppur limitato dal controllo dei democratici, per la maggior parte ha seguito la stessa strada.
Secondo i sondaggi il consenso di cui gode il Congresso sta toccando nuovi minimi, ma questo riflette lo stato di difficoltà attuale dell’economia e la tipica avversione dell’elettorato all’impasse legislativa e alla guerriglia fra fazioni. Questo non dovrebbe dissuadere il Gop dal portare avanti le riforme se vincerà a novembre. I governatori dimostrano che le riforme possono essere popolari quando hanno successo, a patto che siano adeguatamente spiegate. In questo caso, buona parte del credito va attribuito al Tea Party, che ha usato le primarie del Gop per esaltare i riformatori e motivare i politici in carica a cambiare o affrontare la sconfitta. Orrin Hatch nello Utah si è adeguato ed è sopravvissuto quest’anno. Dick Lugar in Indiana invece no, e ha perso. I seguaci del Tea Party hanno fatto la loro parte quanto a errori tattici – come presumere che sarebbero riusciti a far passare un emendamento costituzionale per raggiungere il pareggio di bilancio. Ma in generale sono stati costruttivi nello spingere il Gop ad affrontare i veri problemi fiscali ed economici. A sua volta, i membri più conservatori del partito si sono saggiamente mostrati accomodanti su buona parte dei punti all’ordine del giorno del Tea Party, anziché lasciare che i riformatori si staccassero per formare un terzo partito che avrebbe concesso il potere ai liberal.
Qual è il pericolo maggiore per questo nuovo Gop? Non sono le questioni etiche come l’aborto, sempre che i suoi oppositori non si dimostrino ottusi come il candidato al Senato del Missouri Todd Akin. Sui temi culturali gli americani sono divisi ma nessun partito prevale nettamente sugli altri, e i conservatori religiosi sono entrati a far parte dello zoccolo duro della galassia repubblicana.
Ciò che minaccia veramente il ritorno al potere del Gop è l’incapacità di agganciare gli elettori delle minoranze, specialmente gli ispanici. Quand’anche portassero a casa il 60 per cento dei voti degli elettori bianchi quest’anno, i repubblicani non avrebbero la maggioranza per governare per parecchio tempo, a meno che trovino un modo per fare appello agli elettori delle minoranze, che rappresentano una quota crescente dell’elettorato.
Ciò significa mettere in campo una rosa più variegata di candidati, cosa che peraltro il partito sta iniziando a fare. Ma significa anche tarare la retorica e le politiche sull’immigrazione. Una visione instabile e contorta sull’immigrazione manda il messaggio culturale che al Gop non sono graditi gli elettori delle minoranze e contraddice i temi dell’ottimismo e della crescita che attirano la maggior parte degli elettori. Immigrazione a parte, i repubblicani di Tampa sono più in forma di quanto si sarebbe potuto aspettare dopo il 2008. E hanno una nuova missione riformista. Mitt Romney non è il naturale rappresentante di un tale movimento, visto il suo passato politico, ma si è adattato per vincere la nomination e la sua scelta di correre alle presidenziali con Paul Ryan consolida il messaggio riformista. Il loro programma rispecchia i bisogni urgenti del paese, e a novembre scopriremo se è compatibile con lo stato d’animo del pubblico americano.
Copyright Wall Street Journal
Per gentile concessione di MF/Milano Finanza (Traduzione Studio Brindani)